Lettera di una figlia calabrese di Teresa Averta

Lettera di una figlia calabrese di Teresa Averta

Ciao mamma!
Come vedi, sono ancora qui. In seno alla mia Famiglia, dentro le viscere di questa testarda e amata Calabria, testarda perché non s’inginocchia sugli altari dell’ipocrisia, non si siede sui posti d’onori dell’arroganza, non si adagia sugli allori di una politica che vive di rendita per cose vecchie fatte male, e reiterate malamente. Non va a caccia di mistificatori e ciarlatani o di scimmie urlatrici che fanno solo baccano, ma sta zitta purtroppo, e si riempie la pancia di aria fritta e di brutti rospi da digerire. Per questo la Calabria è bella e martoriata. E non è la palla al piede dello stivale. Piuttosto è la punta, che sa scalciare e colpire quando vuole. E si continua a ballare … a ritmo di terremoti e walzer delle candele ma, con il vento sempre in poppa e sui capelli che si rizzano al suono di quelle campane stonate che non hanno né chiese né parrocchie. Scusa mamma, ho divagato un po’… ma sai quando parlo della Calabria, mi sento figlia come sono figlia a te.
Come ti dicevo -mia dolce mamma – io vado! E non vado via da te … vado per la mia strada… -.
E non vado a divertirmi. Vado e basta. È la mia battaglia, la prima che vincerò, contro i ladri di futuro. Ho combattuto in questi anni, ci ho provato, e forse, dico forse ci sto riuscendo.
L’elemosina non l’ho chiesta. Mai! No, non la so chiedere, non la voglio chiedere. E neanche le raccomandazioni, no! Sono orgogliosa e consapevole di valere almeno un po’.
Non ho avuto voglia di fare anticamere infinite in chissà quale segreteria “particolare” affollando le greggi dei fantasmi cui si stringe la mano e si dà una pacca sulla spalla, per avere un falso titolo o una riconoscenza immeritata.
Non serve a niente. Non serve a nessuno. Non serve a me e non ne ho bisogno… tu mi hai insegnato altri valori che non sono certo i falsi sorrisi commisti a convenevoli e fugaci amicizie di circostanza. Cara mamma, ho la metà dei tuoi anni, ma eccomi qui, con un bagaglio pieno di ricordi e di esperienze … e un sacchetto bucato di sogni dietro le spalle. Un sacchetto bucato… hai capito bene: ce ne sono tanti di sogni, ma qualcuno più grande vien fuori da solo… e cade a terra… e la terra si sa, com’è, è ricca come quella della Calabria … ti cade un sogno e si realizza. Perché?
Perché è una terra maledetta dagli uomini ma, benedetta da Dio… produce, fa frutti ma nessuno li assaggia … finché non ne scopre il gusto e il sapore. Ed io, mamma, continuo a seminare sogni.
Ho la testa dura che oggi, forse, non è matura ma sfatta dai troppi no, dall’indifferenza, da quel senso di solitudine di fronte a quella vita che ti aspetta ma che non sai quale e come sarà, come potrebbe essere. E allora via. Sono stanca di leggere numeri di cui non faccio parte, sono stanca di vedere la mia terra abbandonata, di assistere allo svuotamento del Sud, a quella fuga dei suoi giovani, dei suoi talenti. E ce ne sono tante meravigliose teste… oltre ad altre tipologie di teste: le famigerate “testine”, come le chiamo io … che sono come le zucche di Halloween che si accendono solo una volta l’anno.
Bene… Scherzi a parte. È arrivato il momento che anch’io diventi almeno un numero, ma un numero del Sud, del mio Sud. Mi costerà tanta fatica trasformarlo in un’identità, possibilmente non solo produttiva di lettere e poesie, ma anche e soprattutto di fede, onore e vita. Ce la farò. Mi sento forte perché ho te, la mia famiglia e Dio.
Mi hai accompagnato in questo viaggio, mamma, con il tuo orgoglio di donna del sud che ha lottato una vita per i suoi figli. Non ci siamo detti tante parole, sono stati sufficienti importanti sguardi e significative presenze.
Lo sapevamo entrambi. Non era un addio al rapporto madre e figlia. Quello rimane, sempre fra me e te; come il rapporto sacro tra me e la mia terra che amo tanto quanto amo te.
E nonostante la Calabria mi deluda, ci sto bene al Sud, ho voluto e voglio rimanerci, costruire qualcosa non solo per me. Ed è questo, che la gente non ha ancora capito!
Vado, e quel che sarà, sarà. Accetterò tutto, anche il lavoro più umile, così come tu mi hai insegnato. Si comincia sempre dal basso, no? Le mani sporche di terra, di olio o d’inchiostro sono pur sempre mani pulite e ripulite dalla dignità, non quelle sporche della malavita.
La Calabria è ben altro. La Calabria è terra di profumi e sorrisi, di fiori e cultura incisa sulla pietra e sul cuore. È storia di sangue e passione, è tristezza ma anche emozione. E per farti capire, mamma, non mi stanco di dire, che non mi scollo da qui.
Mi fermo in Calabria … qui dove vivi tu. Non è una resa. È il contrario. Non ho colpe. Voglio muovermi. Sono una migrante. Vado incontro alla vita. Passo di lì, per altre terre, per andare oltre… aldilà delle apparenze, indossando il mantello della misericordia che mi coprirà dal freddo dell’indifferenza e dei soprusi.
E se girovagando sul sentiero dei ricordi, inciamperò sugli ostacoli del cuore mi rialzerò … con la speranza di incontrarti e di riabbracciarti ancora. In fondo l’amore fa miracoli. E se l’attesa di rivedermi ti affaticherà l’anima, mamma, non chiederti a che ora arriverò ma semplicemente in quale tempo vivo.
Con amore senza fine…

Teresa Averta

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